Il titolo vuole dare risalto ad una domanda che si coglie frequentemente e nei contesti operativi e tra gli stessi operatori e che sembra esprimere la sofferenza portata da bambini feriti, famiglie in difficoltà, relazioni difficili, traumi, abbandoni, ma soprattutto la preoccupazione etica di chi è impegnato quotidianamente nel lavoro di accoglienza ed educativo, e si chiede come, quando, fino dove un progetto di intervento si potrà portare.

L’ interrogativo nasce dalle difficoltà poste dal lavoro quotidiano, in cui ci si misura con una domanda pressante, con risorse carenti e spesso con il sentirsi soli, oggetto di una delega, da cui tutti a turno si sentono investiti e che spesso origina da una sensazione di impotenza. Operatori ed équipes spesso non si sentono sufficientemente accompagnati dagli altri attori istituzionali, capita che ognuno facilmente resti preda delle logiche istituzionali di appartenenza perdendo di vista l’obiettivo e l’interesse comune, rimanendo poi a misurarsi con la sensazione che si potesse fare di più e meglio.

Le caratteristiche attuali della organizzazione istituzionale risentono in molteplici settori della congiuntura economica, nel senso di una contrazione nelle risorse umane, finanziarie, strutturali, di una minore disponibilità finanziaria, di un elevato turnover nella composizione dei gruppi, di una pervasiva concezione aziendalistica, inappropriata nel lavoro di cura e di presa in carico della sofferenza. Tutto ciò, pur in presenza di un quadro normativo all’avanguardia in Europa nella tutela dell’infanzia, rende estremamente complesso il lavoro quotidiano degli operatori e difficile il perseguimento dell’obiettivo del rientro in famiglia di bambini e adolescenti, i quali dovrebbero trovare famiglie che siano state adeguatamente accompagnate, sostenute ed aiutate a riprendere o ad acquisire capacità affettive, educative, di cura.

E’ sicuramente anacronistico, oggi, parlare concretamente di istituzionalizzazione, dato che la cifra della accoglienza e dell’intervento per l’infanzia e l’adolescenza non è più quella della Istituzione Totale, in cui la vita si svolgeva secondo le regole della vita militare, in cui nessuno spazio era concesso alla individualità, ma anzi sembrava obbedire alle esigenze di controllo sociale attraverso l’impedire la devianza mediante l’istituzionalizzazione. Alcuni di quegli edifici deputati al compito sono ancora a testimoniare con la loro matrice architettonica di natura conventuale, quanto fossero lontani dagli obiettivi attuali dell’intervento socio-educativo e dalla possibilità di una crescita armonica dei bambini. Ma il fantasma della istituzionalizzazione rimane nell’inconscio sociale, alimentando lo stereotipo di figure professionali punitive e persecutorie, e negli operatori il senso di colpa o lo sconforto del mancato raggiungimento di obiettivi e principi giuridici. Ci si domanda quando un intervento di separazione e protezione da necessario rischia di diventare inappropriato, o di assumere il carattere di una istituzionalizzazione.

Un rischio che si può concretizzare quando interventi nati come una reale opportunità di crescita e sviluppo del minore, si trasformano in un muoversi dettato dall’emergenza, senza riuscire ad approdare alla stabilità di progetti strutturati in livelli di breve, medio e lungo termine; quando si esprimono nella risposta ad un bisogno contingente senza che si vadano a costruire per minori e adulti, singoli e gruppi sociali, dalla famiglia, al vicinato, alla scuola, processi di consolidamento identitario, di costruzione di capacità relazionali, di integrazione sociale e di mantenimento nel tempo dei legami, occupandosi della ri-abilitazione, ma più spesso della abilitazione del tessuto familiare e sociale che ha prodotto la contingenza.

Questo rischio ci richiama alla ormai ineludibile necessità di costruire sistemi di intervento che siano anche sistemi di accompagnamento nel tempo, ma soprattutto che si possano attuare attraverso un diverso modo di concepire e costruire sistemi di relazioni all’interno dei gruppi di lavoro, fra le differenti componenti professionali, fra differenti gruppi di lavoro; sistemi di relazioni interistituzionali e sistemi in cui poter interagire, possibilmente con pari dignità tra soggetti portatori di bisogni e soggetti portatori di risorse, in una visione che superi il concetto di erogatore e destinatario, non tanto dal punto di vista formale, quanto dal punto di vista sostanziale,dal momento che tutti si collocano alla pari, sulla scena di una relazione, umana prima che professionale.

Ciò può facilitare, attraverso un pensiero condiviso, una visione unitaria delle sofferenze e dei bisogni delle persone, condizione fondamentale per attuare interventi non dis-integrati.

fare gruppo al di là di ruoli, appartenenze, gerarchie, per condividere non solo la fatica e la responsabilità, ma anche le idee, i successi e recuperare anche il piacere e la creatività nel lavoro di cura.

La dimensione etica, la formazione continua, la trasmissione trans generazionale delle competenze professionali, la supervisione, sono gli strumenti più utili in questo senso. Occorre pensare aduna “manutenzione” delle relazioni e dei legami non solo in ambito sociale ma anche in ambito professionale, per facilitare la visione e la presa in carico unitaria, che restituisca alle situazioni la loro complessità, alle persone la loro unità

Dott.ssa Serena de Gennaro
Assistente Sociale, Psicologa-Psicoterapeuta, Gruppoanalista

 

Intervento al Convegno

LE SFIDE EDUCATIVE NELLA SOCIETA’ DI OGGI E LA RISPOSTA PEDAGOGICA DELL’ACCOGLIENZA NELLE COMUNITA’ EDUCATIVE

Trani, 2 settembre 2016

organizzato da : Figlie del Divino Zelo – Comunità educativa per minori, Comunità alloggio mamma-bambino.

 

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